Sulle definizioni che si danno riguardo alle frazioni
D.:
Insegno matematica nella Scuola Media. So che dal punto
di vista matematico la cosa ha scarso valore, mi piacerebbe tuttavia conoscere
il suo parere sulle definizioni che si danno riguardo alle frazioni.
I diversi testi (della Scuola Media) presentano "classificazioni" discordanti.
In alcuni le frazioni apparenti sono viste come sottoinsieme delle improprie,
in altri i due insiemi sono disgiunti. Inoltre, spesso non si tiene conto dello zero
al numeratore, oppure si trova scritto: "frazioni improprie: numeratore *maggiore o uguale*
al denominatore, quelle apparenti sono *tutte* frazioni improprie, con la sola eccezione
di quelle con numeratore zero". O ancora: "le frazioni apparenti sono anche improprie
tranne quelle uguali a 1" (!)
R.:
La questione terminologica riguardo al significato da attribuire alla
locuzione “frazione impropria”, “frazione apparente”
e persino “frazione” non ha in realtà un ruolo
particolarmente importante nelle applicazioni della matematica; tuttavia
l’uso di queste locuzioni è assai diffuso, e in effetti
suggerisce interessanti riflessioni.
Il Vocabolario etimologico della lingua italiana di Ottorino Pianigiani,
alla voce “frazione” recita: «lat. FRACTIONEM da
FRACTUS participio passato di FRANGERE, rompere. L’atto del
frangere o del frangersi. Spezzamento, Rottura. (…)»
Questa definizione è vicina alla nozione ingenua di frazione
intesa come parte di un tutto, quindi sempre minore dell’intero,
ossia dell’unità. Nel linguaggio comune questa accezione
non viene mai messa in discussione: un evento improvviso che si verifica
“in una frazione di secondo” dura senz’altro meno
di un secondo; un prezzo aumentato “di una frazione di punto”
(percentuale) s’intende certamente che sia aumentato meno dell’1%.
Anche in matematica, nella fase iniziale dell’insegnamento,
le frazioni mantengono questa caratteristica. Si parla infatti di
un “intero” (spesso: una torta) che viene divisa in n
parti; di queste ne vengono prese m, dove s’intende
m<n, ed ecco la frazione “propria”
m/n. Soltanto in seguito viene dato un significato a m/n
quando m è maggiore o uguale di n, ed il
concetto di frazione (razionale) viene esteso al rapporto tra due
qualsiasi numeri interi (con la sola esclusione di zero come denominatore:
questa limitazione è assolutamente intangibile).
Viene così a mancare il significato ingenuo di frazione intesa
come “parte” di un tutto, ossia di quantità inferiore
all’unità. Per rendere il distacco meno traumatico si
classificano queste “nuove” frazioni con aggettivi che
in qualche modo le relegano ai margini della famiglia di cui fanno
parte. Ed ecco le frazioni apparenti, ossia numeri interi
che si presentano scritti sotto forma di frazione: significa che il
numeratore è multiplo del denominatore, compreso ovviamente
il caso in cui il numeratore è zero (ma non il denominatore!),
e le frazioni improprie, nelle quali il numeratore (in valore
assoluto, se si vogliono considerare anche frazioni negative) è
maggiore del denominatore.
Nella domanda posta si chiede se sia più opportuno dare le
definizioni in modo che le frazioni apparenti diverse da zero non
facciano parte delle improprie o invece si tratti di un caso particolare
di queste ultime.
Come riconosce la stessa richiedente, la questione non è di
capitale importanza; si tratta soltanto di mettersi d’accordo.
La mia opinione è senz’altro per la seconda alternativa:
cioè che le frazioni apparenti siano particolari frazioni improprie.
Questa posizione mi sembra conforme a quanto si fa usualmente in geometria,
ad esempio nella classificazione dei quadrilateri: imponendo ulteriori
requisiti si creano sottoinsiemi di insiemi precedentemente definiti,
e non suddivisioni dell’insieme originale. Vale a dire: l’insieme
dei quadrati è sottoinsieme di quello dei rettangoli, contenuto
nell’insieme dei parallelogrammi, contenuto a sua volta nell’insieme
dei trapezi.
In effetti neppure questa scelta è unanimemente condivisa:
qualcuno dice che un rettangolo è un quadrilatero con quattro
angoli retti che non sia un quadrato; una simile scelta è poco
opportuna, fra l’altro perché ogni proprietà o
formula valida per i rettangoli lo è ovviamente anche per i
quadrati.
Ritornando alle frazioni, non vale comunque la pena di insistere particolarmente
su queste classificazioni. L’obiettivo è che gli allievi
padroneggino il calcolo con le frazioni; raggiunto questo traguardo
sarà per loro evidente se il risultato frazionario di un calcolo
rappresenta un numero intero, oppure rappresenta un numero non intero
minore o maggiore di 1; a questo punto la distinzione esplicita tra
frazioni proprie, improprie, apparenti sarà sostanzialmente
superflua.
Desidero tuttavia segnalare che i manuali scolastici anglosassoni
dedicano alle frazioni improprie una certa attenzione, trasformando
sempre queste ultime in (parte intera + frazione propria); per esempio,
se il risultato di un’espressione è 14/5, esso non viene
presentato in questa forma, bensì 2(4/5) (omettendo, con scelta
alquanto discutibile, il segno di addizione). Questa abitudine non
manca di lati positivi: per esempio, il confronto tra frazioni è
facilitato, risultando immediato tutte le volte in cui le parti intere
sono diverse.
Paolo
Negrini – Dipartimento di Matematica – Università di Bologna
Bologna