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Chi ha inventato i numeri?

   mio figlio Diego (6 anni) mi ha chiesto “chi ha inventato i numeri?” e “chi ha scelto di chiamarli così”. Confesso che sono rimasta senza parole…
   Chiedo aiuto per una spiegazione che sia adatta alla sua età.
 

La domanda è di portata talmente ampia da non consentire una risposta esauriente in poche righe; cerchiamo comunque di fornire qualche cenno storico a proposito di quanto richiesto.

Esiste una "percezione numerica" più elementare della capacità di contare, che corrisponde a una inconsapevole capacità di confrontare due diverse numerosità: un bimbo che non sa ancora contare, posto dinanzi a due piattini contenenti il primo tre e l'altro cinque ciliegie, non esiterà a scegliere quest'ultimo (se è ghiotto di ciliegie); una capacità di questo tipo si riscontra anche presso alcune specie animali.  Questa percezione è tuttavia limitata a quantità di piccola entità.

Un primo passo verso l'astrazione del numero avviene con la scoperta della equipotenza di insiemi.  Il termine tecnico non deve impressionare: si tratta di un concetto molto intuitivo del quale, come diremo fra poco, si manifesta una conoscenza "in atto" anche presso popolazioni preistoriche. Si tratta di riconoscere che due insiemi di oggetti sono "ugualmente numerosi": ciò significa che ciascun oggetto del primo insieme può essere accoppiato ad un oggetto del secondo insieme, finchè tutti gli oggetti sono appaiati.

Ad esempio, per sapere se una scatola di magliette è (esattamente) sufficiente per vestire i ragazzi di un oratorio si possono contare i ragazzi e le magliette, ma si può anche procedere diversamente, con un procedimento che non comporta alcun conteggio.  Facciamo indossare a ciascun ragazzo una maglietta presa dalla scatola, finchè ci sono ragazzi e maglie.  Se alla fine della procedura ogni ragazzo avrà la maglia, e non ci saranno più maglie nella scatola, avremo compreso che le maglie disponibili erano tante quanti i ragazzi, pur senza conoscere il numero di quelle nè di questi (ed anche senza sapere che cosa è un numero!).

Ci sono reperti archeologici che provano l'utilizzo di questo principio da parte di preistorici pastori.

Gli archeologi hanno ricostruito il seguente procedimento.  Al passaggio di ogni pecora che esce dal recinto, il pastore incide una tacca su di un osso, o un pezzo di legno.  Quando alla sera le pecore fanno rientro all'ovile, egli scorre con un dito l'osso inciso: una tacca per ogni pecora che vede rientrare.  Rientrata l'ultima percora, egli verifica se il dito si trova sull'ultima tacca incisa alla mattina; in caso affermativo, egli è certo che tutte le pecore sono rientrate.

Il concetto di numero nasce con la capacità di astrazione della "quantità" di oggetti disgiunta dalla natura degli oggetti stessi. Nei linguaggi primitivi questo passaggio avviene con gradualità; si trovano parole che indicano un numero determinato di elementi di natura ben precisa. Per esempio, presso alcune popolazioni primitive si nota che il vocabolo usato per indicare "mano" si evolve nel nome usato per il numero 5. L'uso di artifici materiali per visualizzare il concetto astratto dei numeri lascia una significativa traccia anche nelle lingue moderne: la parola "calcolo" deriva dal termine latino "calculus", che significa "sassolino"; ciò testimonia l'uso di sassolini come strumenti per fare i conti. In lingua inglese "cifra" si traduce "digit", ove traspare la radice latina "digitus", cioè "dito": per tutti noi le dita sono state il primo strumento di calcolo.

I nomi dei numeri si evolvono di pari passo alla capacità di fare calcoli. In alcuni linguaggi primitivi ci sono vocaboli distinti soltanto per "uno" e "due"; per dire 3 si dice "due uno", per 4 "due due", per 5 "due due uno"; in pratica non si va oltre il cinque. Nele lingue moderne i nomi usati per indicare i numeri sono legati alla loro rappresentazione in base 10: quando diciamo "duecentonovantasette" la parola lascia chiaramente intendere la scomposizione del numero in: due (centinaia) nove (decine) sette (unità) Quanto detto vale anche per i Romani, nonostante che il loro modo di nominare i numeri "a parole" non fosse coerente con la rappresentazione scritta che essi ne davano.  Tuttavia anche i Romani, eseguendo i calcoli con l'abaco (in sostanza, il pallottoliere) utilizzavano una rappresentazione posizionale dei numeri: centinaia, decine, unità.

Alcune lingue conservano traccia dell'uso di basi per la numerazione diverse da 10.  Per esempio in francese, per dire "ottanta" si dice "quatre-vingts", cioè "quattro-venti", nel senso di "quattro volte venti; per dire "settanta" si dice "soixante-dix", ossia "sessanta-dieci", nel senso di "sessanta più dieci"; si tratta di tracce che ricordano l'uso di numerazione in base venti e in base sessanta. Osserviamo che nella parola "quatre-vingts" quattro e venti s'intendono moltiplicati, mentre in "soixante-dix" i due numeri coinvolti sono da addizionare; questo avviene sistematicamente anche nella lingua italiana e nelle principali lingue occidentali: un numero minore pronunciato prima di uno più grande indica una moltiplicazione; un numero più grande pronunciato prima di uno più piccolo sottintende addizione. Per esempio:

"trecento" vuol dire 3x100

"centotre" vuol dire 100+3

"duecentodiciannove" vuol dire 2x100 + 10 +9

"duecentoottantacinque" vuol dire 2x100 + 8x10 + 9,

(qui il suffisso "anta" denota moltiplicazione per 10).

Notizie assai più approfondite sulla storia dei numeri si possono trovare su testi di storia della matematica e monografie specificamente dedicate alla storia dei numeri.  Fra queste ultime segnaliamo "Storia Universale dei Numeri", di Georges Ifrah, Mondadori, Milano 1983, dalla quale abbiamo tratto la maggior parte di quanto esposto nella presente breve nota.

Paolo Negrini - Dipartimento di matematica Università di Bologna